Redgrave, un'elegia sul dramma dei migranti

Arriva in sala debutto regia, da Shakespeare a disperati di oggi

Non c'è bisogno di ricorrere sempre e soltanto all'orrore quotidiano dei migranti sepolti in mare lungo le rotte della disperazione e della speranza per evocare il dramma di chi, scacciato dalla propria terra, cerca una nuova vita. Si può tranquillamente aprire le pagine del Bardo, William Shakespeare, e trovare nella desolazione di Prospero gli stessi accenti di umanità calpestata. Parte da qui 'Sea Sorrow', il viaggio coraggioso di Vanessa Redgrave, regista per una volta (forse la sola) all'età di 80 anni e con una luminosa carriera alle spalle e una vitalità da combattente nata che ancora le scalda il cuore. Passato al festival di Cannes nel 2017 in proiezione speciale, poi in anteprima alla Festa del cinema di Roma a novembre, il film arriva in sala il 20 giugno, per la Giornata mondiale del rifugiato, con Officine Ubu. "Quando ho visto alla tv le immagini del piccolo siriano Aylan Kurdi, morto annegato insieme alla madre e alla sorella su una spiaggia turca - ha raccontato Vanessa Redgrave a Cannes spiegando la genesi del film - mi sono detta soltanto... lo devo fare. E l'ho fatto. Ho preso il titolo da un verso de 'La tempesta', ho coinvolto testimoni e protagonisti di questo orrore planetario, amici e colleghi come Emma Thompson e Ralph Fiennes e ho provato a testimoniare a mia volta. Perché noi europei dimentichiamo davvero troppo facilmente la nostra storia e i nostri doveri. Non è solo un atto politico, è un gesto d'umanità che dovrebbe essere naturale e invece non lo è".
    'Sea Sorrow' ha la struttura di un documentario, ma è in realtà una lunga lettera d'amore che la grande attrice scrive con gli strumenti che sono propri di chi per tutta la vita ha frequentato l'arte e il teatro, ma che si è anche sempre e coerentemente impegnata in molte battaglie a favore dei diritti umani. Il suo viaggio l'ha portata su tutte le coste del Mediterraneo e in Medio Oriente, con una piccola troupe militante e la complicità, in veste di produttore, di suo figlio Carlo Nero, avuto dal marito italiano, Franco Nero.
    "Io non posso dimenticare - ha detto ancora la Redgrave - quanto hanno fatto i miei genitori durante la guerra per aiutare altri migranti in fuga come gli ebrei perseguitati dai nazisti.
    E non posso chiudere gli occhi di fronte all'insensibilità e all'impotenza di singoli individui, governi, organizzazioni internazionali che oggi assistono passivamente a un orrendo genocidio che trasforma il mare in una grande fossa comune. Chi altro poteva girare al mio posto ciò che io avevo visto e toccato con mano? Per questo ho deciso di schierarmi in prima persona e spero che il mio piccolo film serva a risvegliare qualche coscienza. So bene che stiamo parlando di un dramma con molte facce, ma io guardo al mio lavoro come a un'elegia in cui la poesia immortale ci insegna che non c'è differenza tra il vecchio Prospero e il piccolo bambino curdo annegato per non aver avuto una possibilità di fuga legale dal suo paese in guerra. Entrambi fuggono su una imbarcazione vecchia e pericolosa; a entrambi è negata giustizia e solidarietà".
   

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA